Analizziamo l’evoluzione del centrocampista francese nel nuovo Milan di Allegri: dall’esperienza alla Juventus fino al percorso con De Zerbi, è arrivato ora il terzo step, quello definitivo, della sua carriera
La storia ci insegna a rileggere il passato con il grande privilegio di conoscerne le conseguenze future. A partire dagli eventi futuri, possiamo ri-analizzare i singoli eventi accaduti tentando di individuare le cause di quanto stiamo vivendo. Se, all’uscita dei gate di San Siro in quella notte del 23 Agosto, qualcuno avesse detto ai tifosi milanisti affranti che la sconfitta contro la Cremonese sarebbe stata il turning point positivo della stagione, sarebbe stato preso per pazzo. Eppure, ora, quando un tifoso milanista si imbatte in un filmato della rovesciata di Bonazzoli per il gol del 2-1, sulla sua faccia si stampa un sorrisino diabolico. È il sorriso di chi sa che, probabilmente, senza quel gol, Adrien Rabiot non sarebbe sbarcato a Milano, cambiando, di fatto, la storia della stagione del Milan. Un gol di Bonazzoli, una rissa violenta col compagno Rowe del Marsiglia e una trattativa lampo negli ultimi giorni di mercato: spesso, la storia, per cambiare, richiede il favore dei venti della sorte.
In mezzo a tante variabili assurde e impronosticabili solo qualche settimana prima, però, Adrien arriva al Milan: Max Allegri ritrova il suo cavallo di fiducia, il suo figlio calcistico. Sono passati appena tre mesi di stagione, eppure, nei numeri, i rossoneri e Rabiot sembrano già una cosa sola, inseparabile: senza il francese, i meneghini perdono tutti i riferimenti e vedono rievocati i fantasmi di Milan-Cremonese, quando Rabiot non aveva ancora fatto ingresso nelle loro vite. Con Rabiot in campo, in sei partite il Milan non ha mai preso gol su azione quest’anno (solo il rigore di De Bruyne). Basterebbe questo, per rendere l’idea di quanto sia indispensabile per Allegri. Alcuni dati, ci restituiscono anche la dimensione di completezza che rende unico Adrien nel Milan: tra i centrocampisti nei top 5 campionati europei:
•È nel 97 esimo percentile per PASSAGGI RIUSCITI
•Nel 90 esimo per CONDUZIONI
•Nell’83 esimo per TACKLE
•Nel 78 esimo per INTERCETTI
•Nel 90 esimo per SPAZZATE
•Nell’86 esimo per DUELLI AEREI VINTI
Dati che sono pura élite, in fase offensiva e difensiva, con e senza palla. Rabiot dà una sensazione di presenza così forte in campo proprio perché fa tutto: ha un peso capitale in ogni fase del gioco. I dati lo confermano. Le funzioni di Rabiot sono tante, appunto, e cambiano nelle due fasi.
IN POSSESSO
Se avevate memoria dell’ultimo Rabiot in maglia bianconera, quest’anno sarete rimasti sorpresi. Nelle ultime due stagioni a Torino, infatti, il francese era una mezzala d’assalto, pronta a buttarsi negli spazi coi tempi giusti per sfruttare la sua incontenibile falcata. Non a caso, negli ultimi due anni di Juve segna 8 e 5 gol in A. Quello visto fino adesso, invece, è un calciatore molto più equilibratore: in fase di costruzione, come accaduto contro la Lazio -una delle chiavi per sbrogliare la matassa del pressing biancoceleste- si allarga sulla sinistra per offrire un’opzione di passaggio in uscita palla e dimostra una spiccata propensione per gli uno-due coi compagni, che generano combinazioni di altissimo livello tecnico. Spesso agisce da secondo pivote in coppia con Modric, con Fofana che, invece, dall’altro lato ha il compito di sganciarsi in avanti e attaccare l’ultimo terzo di campo. Rabiot potrebbe tranquillamente assolvere ai compiti del connazionale, anzi, forse con le stesse occasioni capitate a Youssouf avrebbe già segnato almeno 2/3 gol, ma ha ormai la maturità per adattarsi alle caratteristiche dei compagni e, a partire da queste, cambiare pelle a seconda delle esigenze della squadra. Quando Rabiot e Fofana sono in campo insieme, non a caso, Adrien tocca il doppio dei palloni del 19: contro la Lazio, 71 tocchi a 42 in favore dell’ex Juve. Allegri ha ben chiaro un concetto: vicino alla palla serve chi abbia la classe per gestirla. Gli altri, pensino a buttarsi negli spazi.
IN NON POSSESSO
In non possesso è forse ancora più importante. Al di là dell’importanza nei duelli aerei, che emerge nei piazzati e nelle seconde palle, situazioni in cui Rabiot spesso divora gli avversari, è l’uomo fondamentale nella copertura delle preventive: persa palla, è lui a fungere da ombra di Modric e a dargli sostegno nella riaggressione o, nei momenti in cui il Milan è più attendista (spesso), posizionarsi correttamente nel tipico blocco medio-basso rossonero. Quando il Milan, invece, decide di alzare la pressione in fasi specifiche della partita è il primo a guidare l’uscita forte in pressing, spesso largo a sinistra in quello che, senza palla, si trasforma in un 4-4-2. Infatti, mentre sulla destra Saelemaekers, in fase di pressione alta, esce forte sul terzino avversario, dall’altro lato difficilmente Bartesaghi esce cosi alto: è Rabiot, allora, a impegnarsi in una lunga scalata sul terzino destro avversario. Meno assaltatore e più mediano, meno frenesia e più controllo. Quello che stiamo vedendo quest’anno è un Rabiot più maturo, per certi versi tornato alle origini parigine, quando era un principino del centrocampo, elegante e tecnico, con una spiccata resistenza al pressing avversario.
È qui che Rabiot sembra sentirsi più forte, rispetto all’ultima Juve: ogni tanto, in situazioni di sur place, in piena serenità, cerca dei virtuosismi, spesso con la suola, che eludono la pressione avversaria, o esce dallo stretto chiudendo l’uno-due coi compagni. L’esperienza con De Zerbi, allenatore che punta tantissimo sull’allenare i centrocampisti alle scelte e alle combinazioni rapide, può senz’altro avergli dato tanto. Il prossimo passo è sfruttare anche le sue formidabili caratteristiche da invasore puro: i tempi di inserimento, la stazza per essere pericoloso in area, la conclusione a rete. L’anno scorso, a Marsiglia, in un ruolo più avanzato, ha segnato quasi 10 gol. Adrien Rabiot è già imprescindibile in questo Milan, e dà a tutti la netta impressione di essere nel suo prime calcistico per maturità e comprensione del gioco. Lo stesso Allegri, che lo aveva allenato appena due stagioni fa, si è dichiarato sorpreso dalla sua maturazione: lo ha trovato più forte e pronto. Oggi, è un centrocampista che sa assolvere a tutte i compiti possibili per un centrocampista moderno. Oggi, che conosciamo la storia, possiamo individuare in quel Milan-Cremonese la svolta, la causa che ha fatto nascere un Milan diverso, un Milan con Adrien Rabiot. l rossoneri hanno trovato il loro cavallo pazzo: ora devono solo tenere il passo della sua falcata.
