Non la sua miglior partita, ma segnali importanti: limite nello stretto, potenziale enorme in area e una crescita che passa anche attraverso le difficoltà.
A quattro anni di distanza il Milan torna a vincere in casa del Torino, e lo fa in una notte che sembrava scritta per diventare l’ennesima frustrazione stagionale. Il primo tempo, infatti, aveva riproposto un copione noto: ritmo basso, poca incisività, difficoltà nei duelli e due gol incassati che mettevano in salita una partita già complessa. E invece, quando la gara sembrava indirizzata, il Milan la ribalta con carattere.
A riaccendere tutto è Adrien Rabiot con un gol straordinario da fuori area, una conclusione che sposta inerzia ed emozioni. Poi sale in cattedra Christian Pulisic, che fino a poche ore prima combatteva con la febbre: entra e firma una doppietta pesantissima, ribaltando il risultato e caricando la squadra sulle spalle. Una prestazione da leader tecnico, emotivo e atletico.
Dentro una serata così ricca di episodi, però, c’è un’altra storia che merita attenzione: quella di Davide Bartesaghi.
La sua gara non è stata la più brillante da quando Allegri gli ha consegnato stabilmente la fascia sinistra, e alcune situazioni lo hanno messo di fronte ai suoi limiti attuali. Quando riceve palla da fermo, soprattutto con l’avversario addosso, fatica a liberarsi con rapidità: gli manca ancora quella naturalezza nel primo controllo che serve per evitare la pressione immediata. È un aspetto tipico di un giovane in crescita, soprattutto in un ruolo che richiede velocità di pensiero oltre che di gambe. Bartesaghi dà il meglio quando può prendere campo, quando viene servito in corsa e può accompagnare l’azione con fluidità: lì il suo sinistro, la sua applicazione e il suo ordine emergono con chiarezza.
Eppure un episodio della ripresa racconta molto più: il colpo di testa con cui sfiora il gol, negato soltanto da una parata straordinaria di Israel. Quel gesto tecnico, coordinazione, potenza, scelta di tempo, non è casuale. Con la sua fisicità, Bartesaghi può diventare un’arma aggiuntiva nell’area avversaria, soprattutto in un Milan che spesso attacca blocchi bassi e che non dispone di una vera prima punta. Un quinto capace di inserirsi, riempire l’area e cercare la finalizzazione può diventare un valore tattico enorme.
E non va dimenticato che, pur con qualche sbavatura, come il cross concesso a Pedersen nel primo tempo, Bartesaghi resta un esterno affidabile, con un sinistro molto educato, applicato nella fase difensiva e sempre più presente nelle letture. È cresciuto molto dopo il suo primo anno in Serie C, e oggi si sta adattando velocemente alla Serie A pur trovandosi spesso a dover imparare “dentro” la partita.
I numeri della sua prestazione, raccolti da Sofascore, raccontano un profilo in evoluzione: 66 minuti, 96% di precisione nei passaggi, due passaggi chiave, cinque cross, due tiri (uno nello specchio), 11 palloni persi, 3 contrasti vinti, un intercetto, una chiusura difensiva, un duello aereo vinto. Un mix di qualità e ingenuità, tipico di chi sta ancora completando la propria formazione in un ruolo complesso e ad alta responsabilità.
Oggi Bartesaghi è un buon esterno, forse un futuro braccetto in una difesa a tre, sicuramente un ragazzo che sta imparando molto in poco tempo. Non tutto è perfetto, e sarebbe sbagliato aspettarselo. Ma in un Milan che vince una partita complicata anche grazie alla profondità della panchina e al coraggio dei singoli, la sua crescita resta una delle notizie più preziose.
La rimonta di Torino racconta un Milan vivo, imperfetto ma combattivo. E dentro questa identità ritrovata, anche le prestazioni non lineari di giocatori come Bartesaghi assumono un significato preciso: crescere sbagliando, crescere migliorando, crescere contribuendo. A volte, è così che iniziano i percorsi più importanti.
