Dossena tra passato, presente e futuro: emozioni, aneddoti e lo sguardo su Udinese–Milan.
Sabato sera alle 20.45 il Bluenergy Stadium ospiterà Udinese-Milan, una partita che promette, come ogni anno, intensità ed emozioni. Per entrare nel clima della sfida, abbiamo parlato con Andrea Dossena, ex terzino sinistro che ha vestito maglie prestigiose come quelle di Udinese, Liverpool, Napoli, Palermo e Sunderland.
Con i bianconeri ha vissuto anni bellissimi, fino alla chiamata della Premier League, a cui non ha potuto dire di no…insomma con i Reds ha conosciuto il fascino di Anfield.
Oggi, alla vigilia di un match speciale, ci ha raccontato ricordi, sensazioni e non solo.
Qual è il ricordo più bello della tua carriera? Magari un momento vissuto a Udine, oppure un episodio speciale in generale che ti è rimasto dentro.
Momenti particolari ne ho vissuti tanti: dall’esordio, alla prima partita con la Nazionale, alla vittoria della Coppa Italia con il Napoli, fino alla chiamata del Liverpool. Ricordo che stavo giocando un’amichevole di giovedì pomeriggio, a fine gara il procuratore mi chiama e mi dice che era arrivata la chiamata del Liverpool. Poi la prima partita con loro, la prima volta ad Anfield: emozioni fortissime.
Per quanto riguarda Udine, mi viene in mente il mio primo gol in Serie A. Ricordo che nelle prime partite perdevamo male in casa, come quell’1-5 col Napoli. La settimana successiva andammo a Torino con la Juve, vincemmo 1-0 con assist di Di Natale, e lì iniziò una nuova stagione per noi, una delle migliori, coronata anche dalla chiamata del Liverpool. Udine per me significa un periodo davvero felice della carriera.
C’è un retroscena sulla trattativa con il Liverpool?
A marzo avevo una trattativa avanzata con la Juventus. Quando la Juve cambiò direzione nelle sue scelte, si fece avanti il Liverpool. Non ci fu nulla di particolare, oltre a questo.
In quegli anni non era così comune per un italiano andare all’estero: come hai vissuto la chiamata del Liverpool?
Non è che non ci credessi, ma ero davvero al settimo cielo. Quando ti chiama un club come il Liverpool, l’emozione è enorme.
Grazie per questi ricordi. Ora guardiamo all’attualità: domenica seguirai Milan-Udinese?
Sì, prima andrò a vedere Monza-Sampdoria e poi in serata mi guarderò Milan-Udinese.
Che idea ti sei fatto di questa Udinese?
L’Udinese sta molto bene. È una squadra giovane che fa della fisicità e della velocità le sue armi migliori. Mi piace perché gioca con sfrontatezza, non ha paura: spesso vanno uno contro uno, difendono bassi e subiscono tanti cross, ma quando ripartono fanno malissimo. Alcuni giocatori hanno una gamba incredibile, quasi da Premier League più che da Serie A.
E il Milan invece?
Credo che entrambe le squadre abbiano un grande motore. Del Milan apprezzo soprattutto la capacità dell’allenatore di toccare la sfera umana, più che imporre una mano tattica rigida come Sarri o Conte. Sa motivare i ragazzi, e da questo punto di vista mi ricorda Ancelotti. Dare stimoli a giocatori come Leao e agli altri offensivi è un passo avanti rispetto agli anni scorsi.
Tu hai anche avuto un’esperienza con Allegri. Corretto?
A Udine abbiamo avuto anche Allegri come vice di Galeone: è rimasto con noi solo un mese e mezzo, poi arrivò Malesani, ma già allora si capiva che aveva stoffa da grande allenatore. Spronava sempre i giocatori, trasmetteva positività e cercava un calcio offensivo.
Un pensiero sull’attaccante del Milan, Giménez, che sta vivendo un momento complicato?
Gli attaccanti sono particolari. Quando entri in un periodo negativo, vedi tutto nero. Ho visto tanti attaccanti che finché non si sbloccavano non riuscivano a cambiare marcia. A volte basta un episodio. Nell’ultima partita, per esempio, quando ha cercato di stoppare il pallone invece di tirare subito, o quando ha provato a dribblare ancora invece di calciare, lì si è vista un po’ di insicurezza. In altri momenti invece, appena ricevi palla, tiri subito: magari la deviazione di un difensore ti porta persino al gol, anche se il tiro era sbagliato.
Ti viene in mente un compagno che, come Giménez, faticava a sbloccarsi e poi è esploso?
Sì, Quagliarella. A Udine segnava sempre, ma quando lo ritrovai a Napoli lo vedevo in difficoltà, con la testa pesante. Poi ho capito che c’erano anche problemi personali. Una volta sbloccato, nel mese successivo tornò a fare gol con continuità. Gli attaccanti vivono di momenti: quando sei in fiducia cambia tutto. Ci sono anche esempi opposti: chi parte fortissimo e poi fatica a confermarsi. Un esempio degli ultimi anni è Piatek, al Genoa era partito fortissimo, poi si è perso. È davvero una questione di periodi.
Ultima domanda: tu che hai avuto la fortuna di giocarci, cosa significa scendere in campo a San Siro?
La prima volta mi sembrava di giocare al chiuso, me lo ricordò poco tempo fa mio fratello: era Inter-Treviso nel 2005. Gli dissi che sembrava di stare dentro la PlayStation. Poi ho avuto la fortuna di vivere partite ancora più importanti, come un Milan-Napoli in cui ci giocavamo lo scudetto. Mancavano poche giornate alla fine, sei punti di distanza, era l’anno dello scudetto di Allegri. Vedere San Siro pieno, la squadra in linea e l’arbitro che fischia: in quel momento l’adrenalina non la scarichi neanche correndo. Ti vengono i brividi, la pelle d’oca.
