A poche ore dalla sfida del Sinigaglia tra Como e Milan, abbiamo raccontato le due visioni opposte tra l’allenatore dei lariani Cesc Fabregas e Max Allegri.
Fabregas e Allegri, due realtà differenti, due mondi opposti. Due correnti di pensiero.
Fabregas che allarga il campo di gioco per sviluppare meglio il suo calcio, Allegri che chiosa: “campo di gioco più largo? Ci cambia poco”. Fabregas che attorno al suo sistema di gioco sceglie gli uomini, Max che in conferenza risponde che “in base agli uomini a disposizione, si possono fare scelte di cambiamenti di sistema”.
Da qui nasce un confronto che va oltre moduli e lavagne: è una questione di visione, di priorità, quasi di filosofia di vita applicata al calcio.
Il mondo di Cesc
Fabregas, figlio del Barca e della sua identità, rappresenta la scuola dell’idea prima dell’uomo. Il calcio come sistema coerente, riconoscibile, replicabile. Il campo va allargato perché lo spazio è un alleato, non un problema; il pallone va mosso perché è lo strumento per comandare il gioco, i principi vengono prima di tutto il resto. Chi gioca con Cesc deve adattarsi a una struttura precisa: posizioni codificate, distanze studiate, uscite dal basso, palleggio costante e capacità colpire dove fa più male. Non solo dogmatismo, ma fedeltà a un’idea che ammette poche deroghe.
Allegrismo
Allegri, all’opposto, è l’allenatore della relatività. Non esiste il sistema perfetto, esiste il sistema giusto per quel momento, per quegli uomini, per quella partita. L’ampiezza può essere un’arma o un dettaglio irrilevante, il possesso può servire o può essere superfluo. Ciò che conta è il risultato, non inteso come punteggio ma come obiettivo da raggiungere. Allegri non costruisce il calcio intorno a un’ideologia, ma intorno a una lettura continua del contesto. Il suo pragmatismo non è rinuncia, è adattamento ed evoluzione. Non chiede ai giocatori di diventare ciò che non sono: li mette nelle condizioni di rendere al massimo di ciò che possono dare. Il campo, per Fabregas, è una scacchiera da controllare. Ogni pedina ha un compito preciso, ogni movimento è collegato a un altro. L’obiettivo è dominare l’avversario attraverso il gioco, riducendo l’imprevisto. Per Allegri, invece, il campo è un terreno fluido (e che non si dica che non c’è fluidità nell’idea di calcio di Max, basti guardare il lavoro di Rabiot..) dove l’imprevisto va accettato e gestito. Non si tratta di comandare sempre la partita, ma di saperla vincere anche quando non la si controlla. E di non perderla, quando non la si può vincere. E il suo Milan lo sta imparando a fare.
Nella pratica
Anche la gestione dei momenti racconta la distanza tra i due. Fabregas cerca continuità: stessa idea, stessi principi, anche dopo una sconfitta. Perché il percorso conta quanto il risultato. Allegri vive di cicli interni alla partita: sa quando abbassarsi, quando aspettare, quando colpire. Il “corto muso” non è una provocazione, ma una sintesi estrema di una mentalità: vincere di poco è comunque vincere.
Nessuno dei due approcci è intrinsecamente superiore. Sono risposte diverse alla stessa domanda: come si vince nel calcio moderno? Fabregas risponde con l’ordine, la struttura, la fedeltà all’idea. Allegri con l’esperienza, la lettura, la capacità di piegare la realtà invece di forzarla. E che non si dica “Fabregas fa giocare bene, con Allegri le squadra non giocano bene” perchè cosa vuol dire giocare bene? Troppo spesso si confonde il “giocare bene” con il “calcio spettacolo”, no, non è così. Giocare bene è riuscire ad applicare nel modo giusto le richieste e i diktat del proprio allenatore e attraverso questi concetti provare a prevalere sull’avversario. Semplice, quasi.
In conclusione, Fabregas crede che il gioco possa educare il risultato. Allegri crede che il risultato giustifichi il gioco. Due mondi opposti, sì. Ma entrambi, a modo loro, efficaci quando trovano il contesto giusto. Con una differenza sottile quanto fondamentale: il palmares e l’esperienza dei due. Allegri è Allegri, Fabregas – per assurdo – con un tocco di Allegrismo, probabilmente si farà.
