Fofana è un capolavoro di gestione di Allegri

Antonio Belloni
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Youssouf Fofana in azione durante Udinese Milan (Ph. IPA Agency)

A volte, i giocatori, come i cavalli, hanno bisogno di “andare al prato”. Dopo tre panchine nelle ultime quattro partite, Youssouf Fofana è tornato titolare a Bologna, e lo ha fatto alla grande.

A volte si riduce il ruolo di allenatore a quello di un tattico che elabora strategie astruse per mettere in difficoltà gli avversari e esaltare le caratteristiche dei propri giocatori; in realtà, le mansioni sono tante. C’è da gestire la comunicazione, nel rapporto con la stampa; c’è il mercato, su cui confrontarsi coi dirigenti; e soprattutto, c’è la gestione umana del gruppo. Questi ultimi aspetti, spesso trascurati e sminuiti, in un grande club, sono essenziali. La gestione di Youssouf Fofana, che, forse, dopo l’errore tragicomico contro il Genoa, aveva toccato il punto più basso della sua esperienza milanista, è un piccolo capolavoro di sensibilità psicologica. Un lavoro silenzioso, mai trasformato in caso mediatico nella comunicazione con la stampa, che, al contrario, esaltava la crescita di Samuele Ricci al posto del francese. Allegri, però, da allenatore della “scuola ancelottiana” dei manager psicanalisti, fini gestori della psiche umana dei propri calciatori, sa che, ogni tanto, come coi cavalli, “i giocatori vanno mandati al prato”. 

Fofana al prato

Fofana, dopo l’errore “fantozziano” contro il Genoa, è crollato a terra, sfiancato dalla tensione accumulata nei tanti errori sotto porta, in quella mancata lucidità che continua a tradirlo. Per farlo rialzare, c’è stato bisogno dell’aiuto di Pulisic e Leão. All’intervallo, Allegri ha capito: Youssouf andava mandato al prato, a riposare. A fine primo tempo, l’ha sostituito. Con Bartesaghi, invece, dopo una mezz’ora iniziale da incubo in Milan-Roma, decise di dare fiducia al ragazzo, che nella ripresa fece una prova di enorme maturità, probabilmente consacrandosi come titolare sulla fascia sinistra. Se l’avesse tolto, chissà come sarebbero andate le cose. Momenti diversi, giocatori diversi, caratteri diversi: è qui che emerge l’abilità dell’allenatore nella gestione. Dopo Milan-Genoa, il francese ex Monaco si è accomodato in panchina in tre partite su quattro; in due casi, addirittura, Loftus-Cheek è subentrato prima di lui (Milan-Lecce e Roma-Milan). In conferenza stampa, Allegri ha evitato il caso mediatico, e nessuno ci si è interrogato più di tanto. Anzi: si esaltava la crescita di Ricci, capace di prendersi il posto, pur con caratteristiche diverse rispetto a Youssouf. 

ll ritorno di Youssouf

E invece, in una notte delicatissima, Allegri ha richiamato il suo cavallo, l’ha messo in campo dall’inizio e lo ha visto tornare a dominare la gara. La prima mezz’ora, in particolare, è molto vicina ai picchi di prestazione toccati da Fofana lo scorso anno. Il primo gol nasce da un suo recupero alto, aggressivo su Orsolini, e poi dalla sua apertura sulla destra per Athekame. Youssouf vince tanti duelli, si butta in area coi tempi giusti (sfiora il gol di testa), e con un controllo orientato sul lato sinistro e una verticalizzazione improvvisa fallita per pochi centimetri, ricorda a tutti di essere il giocatore più paradossale della squadra, sempre sospeso tra errori puerili e giocate visionarie. Nel post-partita, è stato sincero: “Ho sbagliato qualche partita, ma cerco sempre di fare meglio la prossima. Il campo mi è mancato, è un piacere essere tornato”.

Non ce n’eravamo nemmeno accorti, eppure, per qualche partita, il cavallo Youssouf è andato al prato, si è rigenerato a livello mentale e fisico, e ora è tornato, pronto a dare il suo contributo al meglio. Nella chiusura del cerchio, lontano da casi mediatici, c’è tutta la maestria nella gestione umana di Massimiliano Allegri. Allenare, vuol dire fare tante cose. L’allenatore del Milan, ne sa fare parecchie molto bene.

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