Nel dibattito sulle possibili novità societarie del Milan nel 2026, l’attenzione pubblica continua a concentrarsi su ipotesi di vendita o ingresso di nuovi soci. Tuttavia, un’analisi più attenta dei movimenti finanziari e dei documenti regolamentari suggerisce uno scenario diverso, più sofisticato e coerente con le logiche dei grandi fondi internazionali: la riallocazione dell’esposizione di Elliott dal club allo stadio.
Dal vendor loan all’asset infrastrutturale
Il vendor loan concesso da Elliott al momento del passaggio di proprietà a RedBird ha rappresentato una soluzione transitoria, tipica delle operazioni di private equity: uno strumento ibrido, a metà tra debito ed equity, utile a garantire continuità finanziaria ma destinato, per sua natura, a non essere permanente.
Per un fondo come Elliott, fortemente orientato alla massimizzazione del rapporto rischio-rendimento, il debito legato direttamente al club presenta limiti evidenti: esposizione alla performance sportiva, rischio reputazionale, governance complessa e orizzonte temporale incerto. Al contrario, un progetto stadio rappresenta un asset infrastrutturale puro, con flussi di cassa dedicati, durata di lungo periodo e possibilità di strutturazione in project finance.
La logica industriale è chiara: uscire dal debito “club-level” per rientrare nel debito “asset-level”.
Lincoln Plaza Fund e i segnali dal mercato
In questo contesto si inseriscono alcuni segnali documentali difficili da ignorare. Il Lincoln Plaza Fund, veicolo riconducibile all’ecosistema RedBird e a Gerald Cardinale, mostra una crescita improvvisa degli asset under management tra il 2024 e il 2026, con una proiezione che sfiora i 2 miliardi di dollari. Un’accelerazione di questa portata non è compatibile con una strategia di investimento diffusa o opportunistica, ma suggerisce un fundraising mirato per poche operazioni di dimensione rilevante.
La presenza di JPMorgan come custodian e di Deloitte come auditor rafforza ulteriormente la lettura: siamo di fronte a una struttura pensata per operazioni complesse, bancabili, potenzialmente aperte a coinvestitori istituzionali e compatibili con logiche di project financing e club deal.
Elliott come anchor lender dello stadio
In questo scenario, Elliott non scomparirebbe dall’orbita Milan, ma ne cambierebbe radicalmente il ruolo. Da creditore “ingombrante” del club, il fondo potrebbe diventare anchor lender del progetto stadio, con una posizione senior o mezzanina, garantita da un asset immobiliare e sganciata dal rischio sportivo.
Per RedBird, il vantaggio sarebbe duplice: da un lato la pulizia della struttura finanziaria del club, dall’altro la possibilità di rendere il progetto stadio realmente finanziabile, grazie alla presenza di un soggetto di primissimo livello nel pool dei finanziatori. Per Elliott, l’operazione consentirebbe di cristallizzare il ritorno sull’investimento e di riposizionarsi su un profilo di rischio più coerente con una fase matura del ciclo.
Non una vendita, ma una preparazione all’exit
Letta in quest’ottica, l’ipotesi di “novità societarie nel 2026” assume un significato diverso da quello comunemente evocato. Non si tratterebbe di una vendita imminente del Milan, bensì di un’operazione di preparazione all’exit: separazione tra club e infrastruttura, razionalizzazione del debito, stabilizzazione dei flussi e maggiore leggibilità per potenziali investitori futuri.
È una strategia già vista in altri contesti internazionali, dove il valore non viene creato con mosse clamorose, ma con una paziente ingegneria finanziaria. E, se così fosse, il 2026 potrebbe non essere l’anno dell’addio di RedBird, ma quello in cui il Milan diventa finalmente un asset “exit-ready”.
Ecco gli asset under management dell’intero gruppo Red Bird

Dott. Gianni Capuano
