Un viaggio nei ricordi del bomber granata: l’esordio, gli occhiolini con Graziani, il rigore al Milan e un calcio che “oggi non esiste più”.
«Posso darle del tu?»
«Devi, sennò mi offendo.»
Basterebbe questo per capire chi è davvero Paolo Pulici, detto “Pupi”: uno che non si mette su un piedistallo, che non si nasconde dietro la sua leggenda, che parla come viveva in campo, con sincerità, semplicità e un sorriso che trapela perfino dalla voce.
Pulici è uno dei simboli più amati del Torino, il bomber dello Scudetto del ’76. Da lui non arrivano frasi costruite, ma ricordi vivi, emozioni intatte, episodi raccontati come se fossero successi ieri.
Lo abbiamo intervistato anche in vista di Torino–Milan, ma la verità è che Pulici questo calcio non lo guarda più: «Sono quindici anni che non vedo una partita», ci ha detto. Eppure, quando parla, il calcio vero, quello delle emozioni, del pubblico, della maglia sudata, riempie ancora la stanza.
Qual è il momento più bello della tua carriera?
«È difficile scegliere, perché la carriera è stata lunga e piena di soddisfazioni.
Se devo dirne uno, dico l’anno dello Scudetto, quando vinsi anche per la terza volta la classifica cannonieri. Una gioia enorme.
Ma anche l’esordio resta qualcosa di unico. Giocare tutte quelle partite… sono ricordi che ti restano addosso. Non ho niente da dire in negativo: solo cose belle.»
Come nasce la tua storia d’amore con il Torino?
«Nel ’67–’68, quando giocavo in Primavera. Lì c’era Oberdan Ussello, un allenatore che stravedeva per me e impostava le partite in modo da farmi segnare.
In 16 mesi ho fatto 120 gol.»
Com’è stato il tuo esordio in Serie A?
«Avevo 18 anni e non me l’aspettavo: mi avevano aggregato alla prima squadra solo per allenarmi, poi all’improvviso arriva la convocazione. Debuttai contro il Cagliari di Gigi Riva. Uscendo dal tunnel sento una pacca sulla spalla. Mi volto ed era Riva.
Mi disse:“Paolino, noi che siamo di Milano non abbiamo paura di nessuno. Vai e fai quello che sai fare.”
Sentire una frase del genere da lui era il massimo.»
La tua coppia con Graziani è entrata nella storia. Com’era giocare insieme?
«Ciccio arrivò tre anni dopo il mio esordio. Prima c’era Nestor Combin, un mito.
Con Graziani avevamo una sintonia speciale: bastava un occhiolino. Ci guardavamo, occhio destro o sinistro e sapevamo già dove attaccare. Gli avversari restavano spiazzati.»
C’è un ricordo poco noto di quegli anni che vuoi raccontare?
«La prima classifica cannonieri. Ero a pari merito con Rivera.
Guardavo la graduatoria e pensavo:
“Accidenti… sono lì con Rivera.” Sono cose che ti segnano.»
E quel rigore del 1973 contro il Milan?
«Ricordo che era il primo rigore tirato. Era importante perché quelli prima erano stati sbagliati.
Essere messo davanti a tutti, anche ai più esperti, è una responsabilità. Fu una soddisfazione enorme. Rivera era squalificato e mi guardava dalla tribuna.»
Quando sei andato all’Udinese, i tifosi del Torino fischiavano il tuo marcatore…
«Sì! Ogni volta che mi dava una botta, lo stadio fischiava lui.
Avevo giocato 17 anni con quella maglia. E voglio chiarire: non sono andato via perché volevo, ma perché mi hanno mandato via.
Il difensore, Danova, mi disse: “Io ho la maglia del Torino e fischiano me…”.
Gli risposi: “Io ci ho giocato 17 anni. È diverso.”»
Non guardi più il calcio. Perché?
«Perché non è più il mio calcio. Noi giocavamo per i tifosi. Oggi giocano per i soldi.
Meglio stare lontano. Sono quindici anni che non guardo una partita. Se non guardo il Toro, perché dovrei guardare le altre?»
Un ricordo di San Siro?
«Il mio primo gol in Serie A, contro l’Inter. Segnai e Burnich venne a farmi i complimenti.
Io gli dissi: “Ma come? Ti faccio gol e mi fai i complimenti?” E lui: “Quando uno fa un gol così, è un piacere vederlo.”»
Hai smesso anche di allenare i bambini?
«Sì. Ci fu un malinteso con la scuola calcio che portava il mio nome: non mi avevano nemmeno avvisato dell’inizio delle attività. Promisi ai bambini che avrei fatto ancora un anno, e così è stato. Poi ho detto basta.»
