Un viaggio nel mondo del “soccer” e della Nazionale USA, tra pressioni, Mondiali e Trump, per comprendere le critiche social a Christian Pulisic, dopo l’assenza concordata con la USMNT. Con l’aiuto di Marco Bardazzi
Girovagando su X, mi sono imbattuto in un commento molto particolare sotto un tweet dell’account @usmntonly riguardante l’assenza concordata di Christian Pulisic con la sua nazionale. Un giovanotto, in pieno slang da social, recitava: “È triste che a questo tizio non importi un cazzo di giocare per gli Stati Uniti: è ovvio e triste. Non c’è dubbio che Pulisic dovrebbe farsi togliere la fascia da capitano a tempo pieno: di sicuro non merita di indossarla.”
First reaction: “Shock”.
Com’è possibile che il giocatore più forte della nazionale USA, il suo capitano, simbolo calcistico, venga così pesantemente criticato per un’assenza concordata con la sua nazionale? Tra l’altro dopo un infortunio importante subito proprio in una poco importante amichevole con gli Usa?
Impossibile, eppure..
Un tweet brutale, certo, ma anche rivelatore. Perché racconta molto del rapporto particolare che gli Stati Uniti hanno con il calcio e con il loro “Capitan America”. Pulisic, amatissimo al Milan, è il volto più riconoscibile della nazionale a stelle e strisce, ma anche il bersaglio di un (forse) patriottismo che, a un anno e mezzo dai Mondiali 2026 ospitati in casa, rischia di trasformarsi in forte pressione per Chris e compagni.
Non solo i tweet durissimi dei supporter, ma anche il fuoco amico: qualche giorno fa, lo storico difensore americano Alexi Lalas, oggi opinionista, aveva sentenziato senza parafrasare: “Non credo che Pulisic sia il capitano di cui questa squadra ha bisogno o che vuole.”
La frase di Lalas suona come una sentenza e fotografa bene il momento. Pulisic è amato, ma anche discusso. Idolatrato per il suo talento e la sua scelta di rappresentare gli USA nonostante le origini croate, ma criticato ogni volta che se ne presenti l’occasione.
Non capisco. Devo andare a fondo.
Perchè puntare il dito proprio su CP?
Quanto influisce il modo in cui si vive il calcio oggi negli States? Quanto pesa la situazione sociologica e politica degli Stati Uniti e come si incastra con l’arrivo dei Mondiali?
Per trovare queste risposte, bisogna scavare a fondo e non posso farlo da solo. Devo parlare con chi l’America l’ha vissuta, l’ha masticata e sa leggere tra le righe della sua bandiera.
Per questo alzo il telefono e contatto Marco Bardazzi, giornalista, ha lavorato per Ansa, La Stampa ed Eni, ha vissuto negli Stati Uniti respirandone la sua cultura, tra i libri che ha scritto c’è “Sotto il cielo d’America”, Storyteller di faccende americane su Choramedia e potrei andare avanti ore. Insomma, è la persona giusta.
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Mondiali 2026? Un affare di stato per Trump e l’America.
“Marco, aiutami a capire, perchè se la prendono con Pulisic? Come viene vissuto oggi il “Soccer”? E Trump.. “
“Aspetta,Andiamo con ordine. Il rapporto tra gli Stati Uniti e il calcio è relativamente giovane” spiega Bardazzi. “Dagli anni ’90 a oggi si è alternato tra entusiasmi e delusioni, ma adesso sta succedendo qualcosa di nuovo, una ventata di entusiasmo. I Mondiali del 2026 rappresentano un punto di svolta, sia per il movimento calcistico americano sia per Donald Trump, che vuole farne una vetrina per la sua amministrazione. Un Make America Great Again, anche nel calcio. Penso possa diventare per lui un motto..”
Un calcio che, per quanto in crescita, resta ancora un “fenomeno importato”. I grandi simboli, da Pulisic a McKennie, sono infatti nati calcisticamente in Europa. “Non c’è molto talento — ci confessa Bardazzi — i pochi che ne hanno, come Pulisic, diventano simboli. E proprio per questo, c’è grande voglia da parte del pubblico di poter vedere i calciatori che maggiormente si conoscono. Questo si traduce in forti pressioni per averli presenti anche nelle amichevoli, perchè il popolo americano vuole sfruttare tutti i pochi momenti per vederli da vicino..”
Ed ecco che si inizia a capire di più delle reazioni rabbiose per l’assenza di Chris.
Le 3 P. Pressioni. Politica. Patriottismo.
Ma non si tratta solo di calcio. Per comprendere la situazione, va allargato il campo visivo e analizzato il contesto attuale degli Stati Uniti, anche e soprattutto uscendo dalla sfera calcistica.
Al momento si vive un clima di fortissima polarizzazione politica. Ogni gesto, ogni dichiarazione, diventa simbolico.
“Marco ma in tutto questo, quanto influisce il rapporto tra Trump e Infantino? Che relazione c’è? Li abbiamo visti alla premiazione del Mondiale per club..”
“Trump e Infantino hanno costruito un legame stretto, molto più di quello che traspare, già dalla prima amministrazione Trump. Infantino è riuscito a farsi ben volere alla Casa Bianca, portando parecchie opportunità tra cui proprio il Mondiale per club..” racconta Bardazzi.
“Dall’estate scorsa ci sono gli Uffici Fifa nella Trump Tower a New York, abbiamo visto Infantino spuntare a Il Cairo mentre Trump era impegnato ad annunciare la pace a Gaza durante il vertice tra capi di stato. Lui gira col presidente, insegue il presidente in giro per il mondo. E’ un rapporto interessante..”
E in tutto questo, arrivano i mondiali proprio negli Usa. E quanto raccontato fino a questo momento, si andrà sicuramente a tradurre in forti pressioni a tutte le latitudini. Da quelle dell’opinione pubblica, al popolo, passando ovviamente per Donald Trump.
“Il presidente vede nel Mondiale un’occasione, si aspetta non solo di rivendicare il successo dei Mondiali in terra statunitense e come evento globale, ma anche il successo della Nazionale a stelle e strisce!”
Ecco perché anche un’assenza per infortunio può diventare un caso nazionale. Sui social, dove il tifo spesso si trasforma in tribunale, ogni dubbio viene letto come mancanza di patriottismo. “È un paese dove si vive una forte tensione politica – mi spiega Bardazzi -e si riversa anche sui social, dove ci si insulta per tutto e sono saltati i paletti e allora diventa che o sei con noi o sei o sei il nemico. Se non ti vedono pienamente con loro, allora sei contro di loro. E questo vale anche per un calciatore. Forse per questo gli attacchi a Pulisic..”
Eppure il numero 11 rossonero, non si è mai risparmiato per l’USMNT, anzi. Anche post infortunio avvenuto nell’amichevole tra Stati Uniti ed Australia, dove Pochettino ha voluto (dovuto?) schierarlo titolare, Chris nelle stories instagram ha condiviso una foto con la maglia USA. Come a dire, io sono parte di questa nazionale, nonostante tutto.
Ma non basta. “Rinunciare alla nazionale in questo momento” conclude Bardazzi “vorrebbe dire tagliare i ponti con un’intera nazione. Un giocatore americano può saltare un’amichevole, ma non può permettersi di voltare le spalle ai Mondiali del 2026. Sarebbe visto come un affronto.”
Road to 2026.
La verità, probabilmente, è che Pulisic paga il prezzo di essere il volto di una nazionale che vuole (deve?) dimostrare al mondo di poter finalmente competere ai massimi livelli anche in quello che non è mai stato culturalmente il suo mondo. Quello del calcio.
E quando il Mondiale si gioca in casa, sotto gli occhi del presidente e di un intero paese, la pressione non è solo sportiva: è identitaria.
“Tenete presente – aggiunge Bardazzi – che l’anno prossimo sono 250 anni della storia degli Stati Uniti, si festeggiano i 250 anni dalla dichiarazione di indipendenza. Sarà un anno di estremo patriottismo e anche un anno elettorale perchè si vota per il congresso, in quest’ottica ci sarà tantissima pressione immagino sulle spalle della nazionale e del suo campione, Pulisic, legata a tanti fattori, sportivi e politici”
Certo, posizione non invidiabile quella dell’attaccante tra pressioni e aspettative.
A tutto questo si aggiungono l’impellente necessità di Pochettino di ribadire chi comanda, vedi la risposta alla richiesta di Pulisic di essere risparmiato per la Gold Cup (“Non sta ai giocatori decidere se hanno bisogno di riposo o meno: io sono il CT, non un Manichino” e ancora “Dicono sia il nostro miglior giocatore: che lo dimostri”) e i rumors di qualche compagno che non ha gradito la sua famosa esultanza con “Trump dance” (nonostante la spiegazione “Non era nulla di politico” ). E intanto, da questa parte dell’Oceano, Pulisic con il Milan sta vivendo uno dei migliori inizi di stagione della sua carriera ed è ormai idolo indiscusso della Milano rossonera. Curiosa situazione.
Da quel commento su X, dunque, non esce solo la rabbia di un tifoso. Emerge la fotografia di un paese che in questo momento vive il calcio come una prova di patriottismo. E Pulisic, suo malgrado, è diventato il simbolo di questa contraddizione: l’uomo che deve tenere insieme talento, bandiera e politica.
Un capitano che divide, ma che — volente o nolente — incarna oggi l’anima inquieta del calcio americano.
