C’è un filo rosso che attraversa la carriera di Adrien Rabiot e si intreccia, in modo indissolubile, con quella di Massimiliano Allegri.
Ci sono rapporti nel calcio che non si spiegano solo con il campo. Legami che nascono da un’intesa istintiva, da una visione comune, da un modo simile di vivere il lavoro e il sacrificio. Il rapporto tra Adrien Rabiot e Massimiliano Allegri appartiene a questa categoria, e l’intervista concessa dal francese alla Gazzetta dello Sport lo conferma con una limpidezza rara.
Rabiot parla con sincerità, senza filtri, e mette subito le cose in chiaro: nessun discorso scudetto.
Fedele alla filosofia del suo allenatore, sposta l’attenzione più avanti: “Se ne parla a marzo, quando la classifica sarà delineata.” Una frase che sembra uscita direttamente dal manuale allegriano.
Poi arrivano le parole che definiscono il perimetro del rapporto con Allegri:
“È un vincente e mi piacciono la sua personalità, come allena, la passione che ha per il calcio e la sua ambizione. Dà sempre tutto e mi rivedo nel suo modo di pensare. Fuori dal campo poi è sempre molto positivo, fa delle battute e ci fa stare tranquilli.”
Una descrizione che va ben oltre l’aspetto tattico. Allegri come collante, come protettore, come energia positiva nello spogliatoio. E quando gli viene ricordato che lui stesso lo ha definito il suo “papà calcistico”, Rabiot spalanca definitivamente la finestra sul loro legame:
“Nel 2019 ho scelto la Juventus per lui. Lo avevo incontrato mesi prima della fine della stagione e mi era subito piaciuto. Quando sono arrivato a Torino, però, lui non c’era più. Quando è tornato nel 2021 abbiamo creato un bel rapporto. Dentro e fuori dal campo.”
Rabiot non sceglie solo il Milan: sceglie Allegri al Milan.
E la reciproca devozione emerge anche quando parla dell’infortunio al polpaccio:
“Mi chiedeva quando tornavo tre-quattro volte al giorno, ma in realtà voleva che giocassi solo quando ero pronto, perché l’infortunio era importante. Avere un allenatore che ti parla spesso, anche quando non sei disponibile, ti aiuta a stare concentrato sull’obiettivo. Pure in questo Allegri è super.”
Sono parole che raccontano un rapporto quotidiano, costante, fatto di attenzioni e di richieste, ma anche di rispetto dei tempi e dei limiti del giocatore.
Non è un caso che Rabiot sia sempre stato un giocatore “da Allegri”. Alla Juventus l’allenatore lo ha utilizzato 128 volte in tre stagioni, più di chiunque altro in quel periodo. 45 presenze il primo anno, 48 il secondo, 35 il terzo. Il rendimento: 16 gol, 11 assist, una Coppa Italia. Dopo quella finale, il livornese è stato esonerato e il Duca ha lanciato l’ultimo gesto d’affetto sui propri canali social:
“Sarai ricordato come uno dei allenatori più vittoriosi della storia della Juventus. Meritavi un addio diverso. Grazie di tutto Mister.”
Insomma, la stima è tanta. Non per niente, anche il famoso soprannome “Cavallo Pazzo”, nato dalle telecronache di Caressa, si intreccia con la visione allegriana del calciatore: istintivo, fisico, selvaggio quando serve. Allegri lo ha domato senza snaturarlo.
Da quando è arrivato al Milan, l’impronta del francese è evidente. Con lui in campo, nelle prime sei partite in cui è stato disponibile, il Milan ha raccolto cinque vittorie e un pareggio, subendo una sola rete. Un impatto devastante.
Senza di lui, invece, nelle cinque partite successive:
- solo due vittorie;
- tre pareggi;
- sei gol subiti.
Un crollo numerico che mostra quanto Rabiot sia diventato rapidamente centrale, sia nella fase difensiva sia nella gestione emotiva della squadra.
Ormai, il francese è un’estensione dell’allenatore sul campo. Un leader tecnico, ma anche emotivo. Uno che conosce la lingua calcistica di Allegri meglio di chiunque.
Uno che ricalca perfettamente l’equilibrio, la disciplina, la protezione del risultato che da anni fanno parte della filosofia del tecnico.
E le sue parole alla Gazzetta non lasciano dubbi: Rabiot non si limita ad apprezzare Allegri.
Rabiot crede in Allegri. E Allegri, a sua volta, ha costruito intorno a lui un pezzo importante della nuova identità del Milan.
Perché il calcio, spesso, non è solo tattico, anzi, per fare una cit: “Il calcio è una cosa semplice”.
È fatto di rapporti, fiducia, scelte emotive e connessioni profonde. E quella tra Allegri e Rabiot è una delle più forti del calcio italiano contemporaneo.
