Le idee, per affermarsi, hanno bisogno degli uomini giusti. Uomini che sappiano incarnarle, dedicarsi a esse con tutte le proprie forze, fino a farle prendere forma. Quello andato in scena al Sinigaglia di Como tra Fabregas (coi Nico Paz, Baturina e Douvikas) e Allegri (con Rabiot, Modric e Leao) era uno scontro ideologico: si contrapponevano due visioni del calcio agli antipodi.
La partita
Fino al 45’, non c’era stata partita. Il Como sembrava la classica “Nuova Avanguardia” che spazza via con prepotenza la vecchia scuola delle idee vetuste, costretta a impallidire di fronte all’ energia della gioventù rivoluzionaria. Poi, Max ha visto inserirsi con una falcata Adrien Rabiot, il suo cavallo fidato, la sua estensione in campo, in sintesi l’uomo che fa prendere forma alla sua idea. Da quel momento, come uno squarcio che ha rotto l’equilibrio della partita, tutto è cambiato.
L’importanza di Rabiot
Allegri, nel post-partita, ha detto: “Ci sono giocatori da un milione e giocatori da cento milioni. Quelli da cento milioni devono stare in campo, nel Milan”. Il suo calcio non può prescindere da questi calciatori: non fosse stato per Maignan e il 12, oggi, si parlerebbe probabilmente di Cesc come del nuovo messia del calcio. Ma Max lo sa. Crede fermamente che, in questo sport, per quanto le nuove avanguardie possano essere scintillanti, ricche di idee, a tratti dominanti, alla fine la differenza la fa il dettaglio, quel “Corto Muso” che quasi sempre premia i giocatori migliori, quelli da cento milioni.
Rabiot, ieri, come un “deus ex machina” nel teatro greco, ha risolto la faccenda quasi da solo, facendo valere il suo spessore superiore rispetto agli altri giocatori in campo, stracciando via una sceneggiatura che aveva visto il Como dominare di lungo e in largo. Quando giocatori come lui alzano il livello, il calcio sembra maledettamente semplice. Stanotte, immaginiamo Fabregas a girarsi e rigirarsi nel letto, chiedendosi come sia possibile, dopo un’esibizione di calcio simile, uscire con zero punti, in una partita che sembra la quintessenza del manifesto “risultatista”, quello nemico.
Filosofie a confronto
Forse ha ragione lui, si sarà detto. Ma non tutto è bianco o nero. Questa partita, se il Milan la rigioca dieci volte, probabilmente non la rivince mai. Ma lo fa perché ha avuto gli uomini giusti per far dare forma a un’idea. Prima ancora che “belli” o “brutti” – i giudizi estetici sono soggettivi nell’arte, figurarsi nel calcio- occorre essere coerenti. Il punto non è essere “risultatisti” o “giochisti”; la squadra forte è quella che crede pienamente nella visione del suo allenatore, quella che ha i giocatori adatti per farle prendere forma.
Il “Bello”, nell’antica Grecia, era prima di tutto misura, ordine, coerenza formale. Adrien è l’uomo che dà coerenza alla visione del calcio iper-semplicistica di Max Allegri. Lo vedi mettere giù di petto il pallone di Leão, quasi con supponenza, e poi schiaffarlo all’angolino, dove Butez non arriva e non potrebbe mai arrivare (anche per i portieri, esistono le categorie), e ti viene da pensare: “Ma alla fine, forse, ha ragione lui”. Una idea, quando vince, sembra inconfutabile, specie in un contesto competitivo come quello sportivo. Ventitré minuti dopo, lo fa di nuovo: stop di petto, controllo orientato di piatto e mancino affilato all’angolino.
Il Como è uscito dal basso con svariate soluzioni creative in costruzione, ha fatto il doppio dei passaggi totali del Milan, ha scheggiato la traversa, ha visto palloni all’angolino salvati a ripetizione da Maignan, ha fatto un pressing a tratti asfissiante, eppure, alla fine, ad Adrien Rabiot basta mettere giù di petto un pallone per spaccare la partita a suo piacimento. È lo sport del diavolo, e l’allenatore del Milan lo sa bene.
Sliding doors
L’arrivo al Milan ha contorni romanzeschi: la rissa con Rowe che gli costa l’esclusione dalla rosa dell’OM dopo una stagione straordinaria e la sconfitta interna del Milan contro la Cremonese, che convince i dirigenti a dare ascolto alle richieste dell’allenatore. Poi, da quando arriva il francese, in campionato il Milan non perde più: la striscia è di 19 partite da imbattuti, già la nona più lunga della storia del club.
A volte basta un uomo, per fare una rivoluzione. Purché sia quello giusto. Il paradosso, in tutto ciò, è che Allegri, a inizio stagione, ha dichiarato di aver trovato un giocatore migliorato rispetto alla sua ultima Juve. Ad allenarlo, nel mezzo, c’è stato Roberto De Zerbi, l’allenatore “giochista” per antonomasia, forse il più distante da Massimiliano che si possa immaginare nello scenario italiano. Eppure, entrambi, per dare coerenza alla propria idea, si sono affidati allo stesso uomo. Il calcio è davvero il teatro dell’assurdo. La certezza, però, è che a prescindere dallo spettro ideologico di riferimento, ci sia un dettaglio che aumenta parecchio le probabilità che un’idea ha di affermarsi: avere giocatori forti, quelli da cento milioni.
Il numero 12 è l’uomo giusto che dà forma a qualsiasi idea, perché in campo, quando vuole, apre la falcata, adagia il pallone sul petto e mira verso la porta, e tutto passa in secondo piano. Tutto il resto appare come mero chiacchiericcio.
