Rafa Leao – Divisivo per natura

Marco Zullo
11 Min Read
Rafael Leao in allenamento con il Milan (Ph. IPA Agency)

Ciclicità è tutto ciò che si ripete ad intervalli costanti: nel mondo rossonero il tema Leao torna sempre d’attualità seguendo un copione ormai vecchio e conosciuto. Giornalisticamente appetibile e dunque spendibile, un oceano di argomenti da cui pescare che spesso si mescolano dando vita a malintesi evitabili. Campo e vita privata che si incrociano, scinderli il primo passo per affrontare l’argomento. L’esaltazione di una frangia di tifosi che si scontra con le costanti polemiche di un opposizione sui social molto nutrita che alimenta una spirale di negatività cavalcata dai media, un equilibrio di giudizi che proprio non si riesce a mantenere. Il tutto ruota intorno ad un personaggio divisivo dove talento naturale e indole non trovano un punto d’incontro. La speranza di chi ancora ci crede contrapposta al pessimismo di chi ha perso fiducia, in mezzo una domanda che tutti si son posti almeno una volta, arriverà mai la piena maturità calcistica?

Il Carattere e le Passioni

Prima di arrivare a discutere di campo e di questioni tecnico-tattiche bisogna partire con l’inquadrare l’uomo, comprenderne il carattere e il suo modo di vivere la vita. Un ragazzo pacato che fuori dal campo non ha mai creato problemi, con un sorriso che fa quasi da maschera ad una fragilità emotiva evidente. Ben voluto dal gruppo squadra per la sua solarità e quella sincerità che sfocia a tratti in ingenuità, perché il portoghese è questo, un adolescente bambino nel corpo di un uomo, privo di qualsiasi forma di malizia o cattiveria. La leggerezza è un tratto distintivo del suo carattere, giocherellone nel bene e nel male, scivolando in leggera indolenza.

Aspetti che di riflesso in campo ci finiscono, inconsciamente, e si notano nella postura e negli atteggiamenti, in quella mancanza di costanza “mentale” e di agonismo che spesso hanno creato le prime discussione costruttive.

La musica, la moda e le live su Twitch sono invece le passioni di un ragazzo ventiseienne che non sottraggono tempo agli allenamenti, frammenti di vita che ogni persona coltiva nei momenti liberi. Un mondo parallelo che non si incontra con quello calcistico, come due rette, che non incide sul campo. Non possono essere argomenti di critica validi per seminare odio o formulare teorie calcistiche fantasiose sul suo rendimento.

Critiche costruttive, intravedere la differenza

La coppa Italia contro il Bari ad Agosto, l’infortunio al polpaccio di per se delicato, 40 giorni di stop a rovinare preparazione atletica e l’inserimento nel contesto di Max Allegri, queste le attenuanti di partenza da non dimenticare. Il ritorno in campo, Napoli prima e Juventus dopo le partite incriminate, eppure c’è una sostanziale differenza tra i due match. Perché c’è differenza tra una prestazione grigia ed una con sfumature di colore, con segnali che vanno interpretati. La stessa differenza che c’è tra una critica costruttiva ed una viziata da pregiudizio, con le seconde che non fanno il bene di nessuno.

A Napoli Leao entra in campo in una situazione in cui la squadra è in inferiorità numerica e schiacciata dal forcing della squadra di Conte: ci vuole “cuore” come grida Allegri da bordo campo ed è proprio l’atteggiamento di Rafa a tradire un p0′ tutti, compreso se stesso. I soliti problemi che tornano, poco focus, poche corse di sacrificio in pressioni e letture di tattica individuale un po’ pigre. La differenza è netta se paragonata all’applicazione fin li messa in campo da Gimenez: nonostante i litigi  con il pallone,  il messicano ha messo in mostra una generosità in non possesso decisiva per schermare Lobotka ed ogni traccia centrale.

Proprio su Lobotka c’è il primo episodio incriminato in non possesso del numero 10 rossonero, minuto 81, prima permette al centrocampista di ricevere con una marcatura superficiale per poi chiudere in ritardo e con imprudenza. Il tutto si conclude commettendo un fallo al limite dell’area di rigore.

Ma l’errore  più grave è nei secondi finali della partita, nell’ultimo tentativo del Napoli, lì dove lo spirito di sacrificio può fare la differenza nel risultato. Neres in conduzione a pochi metri dall’area conclude senza una minima pressione, l’uomo più vicino è proprio il portoghese che non si immola con ferocia per contendere il tiro.

Qui cade la scusante della condizione carente, quando non si percepisce senso di responsabilità. Questi sono gli aspetti tattici e mentali a cui ogni allenatore tiene, da non sbagliare, perché un passaggio o una conclusione si possono anche fallire dal punto di vista tecnico, ricordando che l’errore è pur sempre alla base del gioco del calcio. Da qui ci possiamo spostare al match di Torino contro la Juventus. È qui che emerge quel talento grezzo interessante intravisto anche da Allegri nel ruolo di punta, dal suo ingresso in campo si costruisce due grandi occasioni con astuzia e figlie di letture di gioco già “lavorate” in allenamento. Guardare l’errore tecnico distrae dalla scelta tattica.

Al minuto 72 la prima: è lui a chiamare il pallone, a sfilarsi dalla marcatura fuori dalla linea difensiva, corre all’indietro ma mantiene la connessione con la traiettoria del pallone, appare e scompare nel cuore dell’area come un attaccante di ruolo.

Poi al minuto 89 il signor Luka Modric sale in cattedra illuminando la scena, tutti ci siamo concentrati sul passaggio del numero 14 rossonero senza considerare un quadro generale ben più profondo e denso di significato. Un’ alchimia di sguardi, chi fa il movimento detta il passaggio, una connessione mentale di due calciatori che per secondi si allinea. Prima incontro e poi contro-movimento con un attacco alla profondità non istintivo ma ragionato, con orientamento spazio-tempo e anticipazione motoria. Nel secondo frame tutto ciò che invece non è andato nella giusta direzione ma potrà essere allenato, è la postura del corpo errata a determinare un tiro poco incisivo che va a spegnersi verso di Gregorio, busto inclinato in avanti e piede di appoggio avanzato rispetto al pallone.

Eh già il tiro, quel tallone d’Achille che stride nel confronto con i suoi dribbling. Ricorda  vagamente la situazione di Vinicius nei primi anni di Madrid, giocatori che con quel potenziale possono e devono segnare di più. In quel caso come raccontato recentemente in un podcast da Francesco Mauri (assistente di Ancelotti) fu analizzato attentamente il problema e poi sottoposto il calciatore a specifiche sedute di allenamento individuale. Nel caso di Leao sembra tutto partire da una “situazione” di frenesia che lo porta a perdere il controllo motorio più che di reale incapacità tecnica del gesto.

Allegri,Leao e il Milan.

Negli anni rossoneri il ruolo di Rafa è stato quello di predicatore nel deserto, un salvatore della patria in squadre  spesso travolte dal caos, con la sua anarchia e la sua esuberanza utilizzate per destabilizzare l’avversario. Oggi, in questo nuovo contesto circondato da ordine e giocatori pensanti, viene chiamato per la prima volta ad essere un ingranaggio di questo sistema collettivo. Lo scenario che si capovolge: dalla squadra al servizio del talento al talento al servizio della squadra.  Allegri può essere il mentore, l’allenatore maestro mai realmente avuto, quella figura che possa provare a correggerne i difetti ma soprattutto arricchirlo nel bagaglio.  Servirà anche volerlo da parte sua, ci vorrà impegno. Come detto da Ambrosini correttamente  nel prepartita di Juventus-Milan, entrare nell’undici titolare non sarà comunque cosi scontato, la squadra ha trovato un suo equilibrio in campo e un bravo allenatore queste cose le conosce.

Il Milan di questo inizio stagione ha funzionato in tutte le fasi di gioco per un insieme di piccole cose in cui tutti i protagonisti in campo hanno partecipato attivamente: la propensione al sacrificio e le pressioni individuali in non possesso, la capacità di muoversi e relazionarsi con i compagni in possesso. Pulisic che ha beneficiato dei movimenti di Gimenez, con cui è nata una connessione tattica, la linea di centrocampo protetta dal lavoro delle due punte.

Ad oggi è il primo cambio dalla panchina,  se dovesse mentalizzarsi con il suo stile da  nove di raccordo e di strappi potrebbe aggiungere enorme qualità ed arriverà il momento in cui il Milan per evolvere avrà bisogno delle creatività del proprio numero 10, di quella punta già interpretata  con le sue caratteristiche in carriera nei suoi  anni portoghesi.

L’infortunio fin qui  non ha permesso un lavoro sul campo ottimale in questo inizio di stagione, quindi pazienza, il tempo ci dirà se sarà scattata la scintilla per arrivare alla svolta della carriera. Allegri è già stato chiaro, “aiutati che dio ti aiuta si dice”.

Campione è colui che è predisposto mentalmente per diventarlo.

 

 

 

 

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