Roma-Milan, occasione persa o punto guadagnato?

Emanuele Frigerio
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Maignan compie una parata in Roma Milan - Foto IPA

La partita di ieri sera tra giallorossi e rossoneri lascia l’amaro in bocca di una rimonta subita, con la striscia positiva che si allunga però.

Roma-Milan è stata una partita attesa, discussa e alla fine giocata. Alcuni aspetti dell’incontro hanno avuto un copione molto simile a quello visto nel match di andata, con un primo tempo di marca giallorossa, un vantaggio strappato dal Milan in maniera quasi inattesa ed un calcio di rigore nel momento più favorevole alla formazione allenata da Massimiliano Allegri. Ieri sera, però, l’esito dal dischetto è stato completamente opposto a quello di San Siro: Maignan, monumentale anche queta volta, intuisce il rigore di Lorenzo Pellegrini, ma non basta. I rossoneri escono dall’Olimpico con un punto in classifica, vedono la Juventus avvicinarsi dagli specchietti e masticano amaro, nonostante un primo tempo da incubo. Ma guardando il bicchiere, ancora una volta, molti si chiedono se sia da vedere mezzo pieno o mezzo vuoto.

La delusione

Il gol di Koni De Winter ha dato subito la percezione di uno scoramento della Roma, che rivedendo il copione della partita d’andata ha perso certezze, calando vistosamente anche in tutti i propri interpreti. L’infortunio di Koné ha dato il sentore di un turning point della partita, con l’uscita dal campo di uno dei migliori in campo e la rete del vantaggio del Diavolo di pochi istanti dopo. Escono dal campo Malen e Dybala, poi l’ingenuità di Bartesaghi cambia tutto. Quella sufficienza apparente ha ricordato le fesserie di Theo Hernandez, ma in questo caso ci preme essere maggiormente clementi, data l’età del ragazzo. Occhio dietro, sentire l’uomo e accompagnare il pallone all’uscita: questa cosa deve essere la base di chi ricopre quel ruolo e sono sicuro che non vedremo più questo errore da parte di Davide in futuro, dato che parliamo di un ragazzo estremamente maturo, intelligente e ricettivo. Fatto sta, che il Milan, è impressione diffusa, avrebbe portato serenamente a casa quella partita altrimenti, complice una Roma stanchissima fisicamente e con tutti i propri calciatori di talento ormai a riposo in panchina. La rabbia e l’amarezza restano, dato che una squadra di questo blasone e questa classifica aveva l’obbligo di condurre in porto la nave, ma rimane anche la consapevolezza del primo tempo disputato dagli avversari.

La lezione

La batosta del primo tempo di Como con il solo capitano a salvare la baracca, beh, si è rivista eccome nei 45′ iniziali della sfida dell’Olimpico. Questa volta, dopo barlumi di un gioco chiaro ed un piano gara corretto di Allegri, le sfide individuali hanno portato completamente l’inerzia dalla parte dei giallorossi, imprecisi sotto porta, nonostante un grande Mike Maignan tra i pali. Unpopular opinion: i miracoli del francese sono soprattutto reti divorate dai vari Koné, Malen e Celik. Fatto sta, che nella serata di totale scoramento di Saelemaekers e di narcisismo irritante di Leao, il Milan è riuscito a dare dimostrazione di aver finalmente ottenuto quella cosa che spesso Massimiliano Allegri rimprovera, ossia “il gusto di difendere”. Modric a guidare con l’elmetto, Ricci ad eseguire, Rabiot a fare Rabiot, la difesa compatta e attenta dietro. Il recupero di Nkunku del primo tempo, con spazzata decisiva, è un po’ il quadro della parte iniziale dell’incontro: si protegge la porta in attesa che passi la tempesta, poi ci lanciamo in avanti.

La svolta, in realtà, la dà lo stesso ragazzo che poi, in maniera beffarda, cagiona il tiro dagli undici metri che costa i tre punti: la giocata sontuosa di Bartesaghi in avvio di ripresa, con tanto di conclusione deviata in corner da Svilar, mette fiducia nella testa e nelle gambe dei calciatori rossoneri. Questa lezione arriva dritta anche a Leao, proprio lui che aveva coccolato Bartesaghi a Cagliari da leader e ora è lì a dover prendere, ironicamente, esempio dal classe 2005.

La lezione è quella che ancora una volta ha dato il Milan di Allegri ai suoi detrattori: sì, le 21 partite senza ko sono un bel segnale ma fregano relativamente ad un tifoso, diciamocelo. Se molte sono pareggi e chi sta davanti è un martello pneumatico e drena le speranze delle inseguitrici, ci fai poco. Ma l’insegnamento alla lavagna è ancora quello del valore del gruppo e del senso di appartenenza ad una squadre che Max e il suo staff stanno ridando alla squadra. L’idea di proporre cose diverse e migliorare il gioco c’è, si vede, ma quando non sei in grado di realizzare tutto questo, devi essere un unicum di undici persone che remano nella stessa direzione, con sacrificio, pazienza e consapevolezza.

Creare un gruppo compatto e cambiare la mentalità di una squadra che fino a otto mesi fa era incapace di lavorare come un collettivo, è un’impresa non così facile, specie in un contesto come quello del team meneghino. Collettivo non è solo un calcio estetico, non solo una proposta di gioco offensiva e bella da vedere, ma anche lo spirito che spinge un calciatore come Modric a battagliare come fosse l’ennesima finale di Champions o del Mondiale che gioca.

Il bicchiere

Quindi, caro, questo bicchiere lo vedi mezzo pieno o mezzo vuoto alla fine? Lo vedo esattamente com’è, a metà. Lì sta il percorso del Milan verso il raggiungimento del proprio obiettivo, quella Champions League tanto decantata dal tecnico ogni conferenza. Lì sta la crescita della proposta che i rossoneri offriranno, lì sta la condizione del tifoso, a metà tra la delusione del mancato successo e dell’allontanamento dell’illusione dello Scudetto, e l’altra parte, la consapevolezza di aver comunque ottenuto un risultato positivo contro una concorrente alla top four.

Diciamocelo, nessuno sa cosa farà questo Milan da grande, ma come dice Allegri: “Noi dobbiamo lavorare, i tifosi devono sognare”. Quindi non è una colpa essere delusi, oggi, per essere più lontani da una grande Inter, soltanto la percezione di essere tornati competitivi. Poi, le vittorie arriveranno.

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